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Lo dicevano gli antichi..

Direttamente dalla seconda prova di maturità classica:

“Così, dunque, deve essere il mio storico, impavido, incorruttibile, libero, amico della franchezza e della verità, pronto a chiamare, come dice il poeta comico, fico il fico e barca la barca, deciso a non dare per amicizia nè a togliere per odio alcunché, a non avere compassione, vergogna o rispetto, giudice imparziale, benevolo con tutti, ma non fino al punto da concedere ad una delle due parti più di quanto le sia dovuto, straniero nei suoi libri e senza patria, indipentente, a nessun potere soggetto e, senza la preoccupazione di ciò che ne pensi questo o quello, espositore dei fatti accaduti. Tucidide fissò molto bene queste norme e distinse la buona dalla cattiva storiografia, vedendo Erodoto ammirato al punto che ai suoi libri fu dato il nome delle Muse. Egli dice infatti di scrivere con la sua storia un acquisto per l’eternità piuttosto che un saggio di bravura per il presente e di non far buon viso all’elemento fantastico, ma di lasciare ai posteri la verità degli avvenimenti. E introduce il concetto dell’utile e quello che ogni persona assennata potrebbe stabilire come fine della storia, che cioé gli uomini, se mai altra volta occorressero le medesime situazioni, siano in grado di risolvere i problemi attuali guardando a ciò che è stato scritto prima di loro”
Luciano

Berlusconi IV, la promessa

Giura il quarto governo Berlusconi e così si apre la XVI legislatura della Repubblica italiana; finalmente noti i ministri cui è affidato il compito, come enfatizzato in campagna elettorale, di risollevare le sorti del nostro malandato paese.
Prima di addentrarci nella selva di nomi, d’obbligo una riflessione numerica: Berlusconi aveva promesso un netto taglio di spesa sulla squadra di governo, garantendo che avrebbe scelto non più di 12 ministri e limitato i sottosegretari.
La legge n.244 del 2007, la “Bassanini”, ripresa ad approvata dall’uscente governo Prodi, stabilisce per legge il numero di Ministeri, appunto 12, ed un tetto per i componenti, sommando viceministri e sottosegretari, nel dettaglio 60 unità. Insomma, la promessa di Berlusconi era in realtà un obbligo di legge, e del resto i 60 posti disponibili sono stati tutti assegnati. Sebbene il numero di ministri sia diminuito rispetto al governo precedente di 4 unità, sono state riaccorpate alcune cariche, e la squadra entrante conta 9 ministri senza portafoglio, record per la nostra nazione battuto solo dall’ultimo governo di centrodestra.
Ridicola del resto anche la seconda promessa di Berlusconi a proposito della presenza femminile: le donne ai ministeri sono 2, contro le “almeno 4″ garantite dal magnate milanese, cifra ben sotto la media europea: l’ultimo governo Sarkozy ne conta 7, per Zapatero addirittura 9.
Attendevo con particolare interesse il nome del ministro alla sanità, ma evidentemente l’attenzione agli ospedali pubblici non è fra le priorità del governo entrante. Prevedibile la soppressione del ministro delle telecomunicazioni, il governo sembrava tuttavia fieramente attento alla famiglia, ma anche quel ministero non esiste più.
I nomi scelti per rappresentarci sono degni di un comico dall’umorismo vagamente inglese, freddo e cinico: quando sono stati resi noti ho cercato a lungo la telecamera nascosta, ma ormai ha preso piede in me la convinzione che sia tutto vero. Per la serie “errare è umano, perseverare diabolico” all’economia torna Tremonti, ovvero mr. “abbiamo un buco di 60 mila miliavdi”. Spero abbia seguito qualche corso di aggiornamento sull’avanzo primario, perchè altrimenti la pensione ce la pagheremo vendendo le arance ed i pomodori.
La famiglia Prestigiacomo, proprietaria della COEMI che dal polo petrolchimico di Siracusa appesta tutta la Sicilia e causa migliaia di malformazioni e morti per tumori legati ai polmoni e al mercurio, vanta il ministro dell’ambiente; suona un pò come Dahmer alla difesa o Provenzano alla giustizia. A proposito, il guardasigilli è il giovane siciliano Alfano, che sembra essere l’utile idiota del governo: non so se l’equazione politico siciliano = mafioso sia veritiera, ma le sue amicizie illustri, come Cuffaro e Dell’Utri, o il video in cui bacia un boss non aiutano a giudicarlo serenamente.
All’Istruzione Mariastella Gelmini, probabilmente l’unico politico del mondo sfiduciato per inoperosità dai suoi stessi alleati, circostanza che, visti i personaggi che l’hanno preceduta, mi infonde un cauto ottimismo. Fa sorridere Bondi alle attività Culturali: se la sua visione dell’arte è la stessa che emerge dalle poesie di Vanity Fair mi aspetto il Colosseo ritinteggiato in rosa.
Fra i ministri senza portafoglio vi sono alcune curiose novità: a cosa serve un ministro dei Rapporti con le Regioni? Immagino Fitto che invita a cena il Piemonte. Probabilmente più doloroso il rapporto con Sardegna e Calabria se il federalismo fiscale, come sembra, diverrà realtà. Uno dei suoi massimi sostenitori, Calderoli, si occuperà, ruolo nuovo di zecca, della Semplificazione Normativa: in sostanza, dato che notoriamente nessuno dei parlamentari conosce le leggi che vota, il buon Calderoli le riassumerà in poche righe, o addirittura facendo ricorso a disegni elementari. Pare scontato un massiccio uso dei graffiti della Valcamonica; in particolare i disegni rupestri con scene di caccia delineeranno la linea politica per gli extracomunitari.
Per i giovani invece Giorgia Meloni, una vita dedicata ad Azione Giovani: alla luce dei recenti fatti di cronaca a Verona, tremo al pensiero di quali politiche per i ragazzi un personaggio come lei voglia adottare.
Il botto finale è Mara Carfagna alle pari opportunità: questa miss, di cui si trovano svariate foto senza veli e dichiarazioni catto-naziste sulla sterilità degli omosessuali, rappresenta gran parte delle cause per cui la parità fra i sessi diventa non solo improbabile, ma persino improponibile. Lei, che afferma di credere nei valori della famiglia, come va di moda per adesso, oggetto sessuale sino al momento in cui la cellulite e l’età la obbligheranno ad occuparsi della casa. Ma tranquille donne, avrete tutte la Pari Oppurtunità di rifarvi il seno a prezzo scontato!

Investimento?

Un’impresa deve operare una scelta: si trova a disposizione un macchinario vetusto, che non ha mai funzionato troppo bene, se non all’inizio, quando l’entusiasmo dell’acquisto lo rendeva meraviglioso per l’azienda. Attualmente si rompe circa ogni cinque giorni e ripararlo costa fatica e l’interruzione dei lavori e della produzione.

Può decidere di abbandonare, sebbene senza rottamazioni o introiti finali, il vecchio macchinario compagno di mille avventure per sostiuirlo con uno nuovo, dalle caratteristiche simili che assicura una maggiore costanza ed è capace di venire incontro alle esigenze dell’azienda.
Alla luce dei dati, si prega di suggerire all’azienda quale scelta operare.

When I look into your eyes
I can see a love restrained
But darlin’ when I hold you
Don’t you know I feel the same

‘Cause nothin’ lasts forever
And we both know hearts can change
And it’s hard to hold a candle
In the cold November rain

We’ve been through this such a long long time
Just tryin’ to kill the pain
But lovers always come and lovers always go
And no one’s really sure who’s lettin’ go today
Walking away

If we could take the time to lay it on the line
I could rest my head
Just knowin’ that you were mine
All mine

So if you want to love me
then darlin’ don’t refrain
Or I’ll just end up walkin’
In the cold November rain


And when your fears subside
And shadows still remain
I know that you can love me
When there’s no one left to blame
So never mind the darkness
We still can find a way
‘Cause nothin’ lasts forever
Even cold November rain

Dentro l’urne confortate di pianto

A seguito del ballottaggio che ha assegnato Roma al Pdl è possibile tirare le somme del voto di Aprile.
Come da buona abitudine consolidata, i mezzi d’informazione indirizzano gli stati d’animo del popolo sul voto, negando un’analisi oggettiva della realtà in favore delle parti in causa. Nei giorni successivi alle elezioni, quando le cifre sono diventate definitive, mi sono dedicato alla raccolta di dati e, devo ammettere con poca sorpresa, ho ottenuto quello che mi aspettavo: le cifre sono identiche a quelle di due anni fa, le stesse persino delle politiche 2006. Sembra difficile da credere, dato che Berlusconi è stato osannato come assoluto trionfatore, eppure è così: i voti di Forza Italia ed Alleanza Nazionale del 2006 erano addirittura oltre 100mila in più, e si perdono 1 milione e 500 preferenze dal 2001, esattamente la cifra che la Lega Nord ha da allora recuperato: la matematica insegna che invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia, ed in effetti i totali sono simili in tutte le ultime politiche. Dato altrettanto interessante, il Partito Democratico conta pressoché gli stessi voti dell’Ulivo 2006 e del 2001, sommando DS e Margherita. Analogo il discordo per Casini, stesso risultato del 2001 sommando CCD e Democrazia Europea, in lieve flessione rispetto al 2006. Anche per Di Pietro stesse cifre del 2001, è tuttavia vero che ha raddoppiato i voti rispetto a due anni fa, ma rispetto ad allora manca la lista di Mastella, che del resto ha sempre avuto successo nelle stesse regioni dove l’Italia dei Valori raccoglie consensi. Anche per la seconda grande coalizione, i totali restano identici, e mi consentono di poter affermare che Berlusconi non ha alcuna maggioranza: non ha raggiunto la metà dell’elettorato e non si avvicina neppure lontanamente ad un terzo degli aventi diritto al voto o al 25% della popolazione.
L’unico dato variabile, che nei giorni successivi alle elezioni è stato del tutto e deliberatamente ignorato dai media, riguarda le percentuali dei votanti: due anni fa si sono recati alle urne circa due milioni di elettori in più ed inoltre in questa occasione le schede bianche o annullate sono raddoppiate. Questo spiega perché la sinistra cosiddetta radicale è sparita dal parlamento: semplicemente, i vecchi sostenitori, agghiacciati dall’accozzaglia creata ad hoc per il 13 Aprile e nauseati dal livello politico offerto sulle schede, hanno preferito dare un segnale chiaro rifiutandosi di sostenere ed alimentare il costante peggioramento della sinistra in Italia. Altra cifra considerevole, la percentuale di schede bianche al Senato cala rispetto alla Camera, così come del resto aumentano le percentuali di entrambi i grandi partiti. Potrei cercare di giustificare questa discrepanza al Senato, che ricordo era considerato teoricamente in bilico alla vigilia delle elezioni, narrando antiche leggende di voti truccati e dell’assegnazione arbitraria e criminale delle schede bianche, ma immediatamente mi balza in mente la musichetta della pubblicità con uno speaker che recita “ti piace vincere facile?”. Allora preferisco addentrarmi nelle supposizioni indicando i giovani, che non possono esprimersi al Senato, come responsabili dell’incongruenza: molti di noi hanno preferito non esprimersi e non si sono fatti blandire dalle richieste di voto utile, il che spiegherebbe entrambe le situazioni, apparentemente paradossali.
Nei giorni successivi al voto mi son chiesto anche se la storica staticità delle scelte elettorali nelle singole città o regioni possa essere dovuto a ragioni diverse dall’appiattimento cerebrale delle masse; mi sono premurato di accostare il dato sulla percentuale di voti assegnata al Pdl in ciascuna città alla classifica stilata sulla qualità della vita. Sarà un caso, ma la città dove si vive meglio, ovvero Siena, risulta essere anche quella che vota meno a destra, ben al di sotto del 30%. Fra le prime quaranta in lista inoltre, la media dei voti per la coalizione di Berlusconi supera appena il 40%, al contrario fra le ultime quaranta lo stesso dato sfiora il 50%. Le considerazioni su queste cifre sono talmente palesi che mi sembra inutile soffermarmi oltre.
Altra analisi merita la capitale: i giornali stranieri riportavano titoli quali “I neofascisti entrano a Roma” oppure “Ondata di fascismo sull’Italia”, i nostri erano troppo occupati ad elencare gli stupri, veri o presunti, compiuti da romeni ed extracomunitari nel periodo fra le politiche ed il ballottaggio per poter dedicare una prima pagina tanto altisonante ad un uomo che va in giro con la croce celtica attaccata al collo.
Il risultato non cambia: Berlusconi si prepara a distruggere definitivamente la nostra già precaria economia, questo supponendo che agisca con risultati simili a quelli del precedente quinquennio e, ancora, mezza Italia, e forse di più, si lamenta dei dati delle urne, che mai come il 13 Aprile svolgeranno la doppia funzione di contenitore sia delle schede votate che anche, temo piuttosto presto, delle ceneri del nostro morente paese.

Non voglio scegliere

Ormai i seggi stanno per aprirsi e, volenti o nolenti, da martedì avremo un nuovo premier. A dir la verità l’aggettivo nuovo non sarebbe propriamente il più indicato: Veltroni vive in politica da diversi lustri e Berlusconi, probabile vincitore, ha accumulato la quinta candidatura, che credo non si ricordasse dai tempi di Stalin.
Come sempre in Italia, gli indecisi giocheranno un ruolo determinante nelle dinamiche elettorali ed il palcoscenico politico si anima di VIP, almeno quelli che non sono stati collocati in nessuna lista, pronti a sostenere il proprio candidato; ennesimo regresso della politica italiana, ormai in balìa di pubblicitari piuttosto che di giornalisti ed informatori disposti a smentire i candidati o porre loro domande scomode. Ma del resto, anche a questo abbiamo ormai fatto l’abitudine, e non mi stupirei se per le prossime elezioni fossero collocate delle telecamere dentro le cabine, certamente allo scopo di vivacizzare gli spogli e controllare che non vi siano scorrettezze.
Da diverso tempo analizzo le tendenze di questi indecisi, e si possono sostanzialmente collocare in due categorie: la prima fetta, quella che deciderà le elezioni, tormentata dal dubbio di individuare il carro più grosso fra Pd e Pdl, che si sono del resto lungamente premurati di diffondere sondaggi inventati per attirarli: utilizzare cifre false per captare voti è uno dei trucchi più utilizzati in politica, guardare le politiche 2006 per coglierne l’importanza. La seconda fetta, quella che invece, comunque vada, le elezioni le perderà, formata da elettori di sinistra che tappando troppo spesso il naso rischiano di non riuscire neppure più respirare e sentire l’odore acre della politica. A questo proposito, vorrei far notare come i tormenti che assalgono l’elettore medio di destra siano decisamente meno appariscenti, la gran parte dell’elettorato di Berlusconi&Co non ha alcun dubbio; Confucio direbbe che solo i grandi sapienti ed i grandi ignoranti sono immutabili, la storia collocherà questa gente nella categoria che spetta loro.
Appartengo alla seconda fetta, ma il tempo delle decisioni è giunto: con tristezza, rinuncio al mio diritto ed ingrosserò le file degli astenuti. Vorrei tuttavia giustificare la mia posizione, senza avere la presunzione che sia la migliore possibile, ma con la pretesa che venga rispettata, particolarmente per i modi con cui è maturata. Mi sono infatti chiesto quale sia il presupposto fondamentale per votare, per una sana democrazia rappresentativa: insegnano sin dalle scuole elementari che si identifica appunto col termine “democrazia” il governo del popolo, fondato sul principio della separazione dei tre poteri, concetto ampliato nella società moderna con libertà del quarto potere, l’informazione. Ebbene, nel nostro logorato paese la magistratura non è indipendente, la polizia e la pubblica amministrazione sono sotto il controllo politico, le televisioni pubbliche sono gestite dai partiti e non esistono leggi sul conflitto d’interessi. Sommiamoci che l’Italia è all’80° posto su scala globale per la libertà d’informazione, classificata come parzialmente libera, e ben al di sotto di tutti gli altri paesi europei e persino di molti altri dalle dubbie credenziali. Se sommiamo i concetti di tolleranza e di laicità, patrimonio delle democrazie indipendenti, ed il diritto di scegliere i propri rappresentanti, se ne deduce che il nostro Stato, di democratico ha ben poco. Si potrebbe facilmente replicare che proprio in virtù della pericolosità di tali circostanze sarebbe bene votare e scegliere quantomeno il meno peggio: trovo insopportabile essere costretti ad una decisione del genere, non ho compiuto neppure vent’anni e già devo rinunciare a sperare nel bene, nel meglio, devo accontentarmi della mediocrità ed adeguarmi, far parte della società che non funziona e perpetuarne le cause: come scrisse Pirandello, è proprio questa forma di tirannia, mascherata da libertà, la più odiosa.
In ultima analisi, cosa può contare il voto di un comune cittadino dinnanzi al milione gestito dalla mafia, o alle centinaia di migliaia di schede bianche che vengono ridistribuite secondo esigenze locali? Pare che a Dell’Utri siano stati offerti 50mila voti in cambio di circa duecentomila euro. A conti fatti, il valore del mio voto è stimato meno di 4 euro! Credo che li investirò in qualcosa di più fruttuoso, come una pinta di birra o un biglietto del cinema a prezzo scontato.
La seconda tipica obiezione che viene posta al popolo degli astenuti convinti merita davvero considerazione: con quale scopo e per quali risultati rinunciamo a questo fantomatico diritto? Non sarò così folle da ritenere che la mia assenza al seggio venga notata o susciti scalpore; il nichilismo che pervade me, come del resto tutti i giovani della mia generazione, impedisce persino di sperare in un risultato che cambi le sorti dell’Italia. La differenza tra una vera elezione ed un inciucio di dimensioni immense come quello nascosto dentro le urne di domani è la stessa che si riscontra fra una camicia ed una camicia di forza. Non sarò certo io ad indossarla, saranno gli altri a costringermi.